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Edward Bond

La parola al drammaturgo. Conversazioni con David Tuaillon

Prima edizione italiana dell'intervista di David Tuaillon a uno dei più grandi drammaturghi contemporanei, Edward Bond.

Maggiori dettagli

  • Formato (cm): 14x19
  • Anno di pubblicazione: 2015
  • Pagine: 192
  • Illustrazioni: bianco e nero
  • Rilegatura: filo refe
  • Collana: Profili
  • Traduttore: Lucia Morciano
  • Lingue: Italiano
ISBN: 978-88-8347-821-5

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Il più grande drammaturgo vivente si racconta in una lunga conversazione con il ricercatore francese David Tuaillon. Una lucida analisi del potere nella società contemporanea e una riflessione essenziale sulla funzione politica, culturale e antropologica del teatro.

Dall'introduzione di David Tuaillon: "Lo scopo generale di questo libro, dunque, è provare a risolvere questa situazione frustrante ripristinando la realtà dell’atto drammaturgico di Edward Bond, per permettere alle sue opere di parlare, per così dire, per sé. Ciò ha richiesto un viaggio oltre la banalità autocompiacente dei circoli teatrali, per tornare al tavolo di lavoro quotidiano dello scrittore – prima di ogni discorso formale –, a quel che succede in questa stanza silenziosa che si allarga dal giardino alla biblioteca di questa casa di campagna, proprio dentro allo studio in cui ha avuto luogo la maggior parte di queste interviste."

Seguono alcune delle frasi più significative di Bond che più di altre parole racchiudono il senso del suo fare teatro.

"Forse è questo il significato dell’umanità: dobbiamo imparare a vivere le vite degli altri. Così potremmo ottenere un linguaggio davvero nostro. La lingua che solo il teatro può insegnarci." (p. 69)

"L’attore non è un pennello. Deve inventare il pennello con cui dipingere. Il regista lavora con le risorse fisiche e mentali degli attori e deve quindi definire bene il contesto. Il suo compito consiste nel trasmettere agli attori quelli che sono i problemi, non deve risolverli per loro. Per questo credo che le prove non dovrebbero riguardare il “far funzionare le cose” – significherebbe solo eludere il problema. Dovrebbero servire a scoprire “quali sono le cose”. Dovere del regista è condurre gli attori ad articolare le due dimensioni simultaneamente, l’intero e il dettaglio, perché la drammaturgia è sempre l’unione del particolare e del generale." (p. 124)

"Non si tratta di psicologia del personaggio, ma del modo in cui l’attore identifica la propria umanità e la trasmette al pubblico. È questa la differenza che faccio tra recitare e interpretare – e l’Oggetto Invisibile è condizione essenziale all’interpretazione. A quel punto si raccoglie l’immaginazione che integra le esperienze, incontra la ragione e insieme creano il significato umano. Si tratta davvero del significato ultimo del contesto: indica il sito con tutte le sue tensioni sociali e le tensioni psicologiche che queste coinvolgono, con le sue strutture, i paradossi, le crisi della vita vera, alle quali siamo connessi esistenzialmente. Perciò tutto quel che un attore fa è sempre in relazione con l’Oggetto Invisibile. In questo senso, è la vera motivazione degli individui. Rivela la dinamica umana che si cela in loro – perciò interpreta la realtà. Funzione ultima del teatro è rendere visibile l’Oggetto Invisibile, altrimenti risulterebbe superficiale. È la cosa più importante da capire di una messinscena." (p. 163)

"I miei testi creano situazioni estreme in cui viene spezzata la morsa dell’ideologia sull’individuo, obbligando l’immaginazione a emergere in superficie per rispondervi. Ciò genera una nuova scena dentro la realtà, in cui la soluzione può nascere solo dall’imperativo all’umanità. È su questo che si basa la tragedia. Non ha niente a che vedere con la sottomissione al fato, non purifica il pubblico da niente. Quando assistiamo a un dramma, gli orrori che vediamo hanno importanza perché sappiamo che accadono in un contesto umano. La tragedia è il riconoscimento della responsabilità dell’essere ‘umani’ e perciò di quella che abbiamo verso il mondo. Dobbiamo capire la nostra relazione col sito e il modo in cui la creiamo. È una faccenda politica e sociale. È questo che mi interessa, e in tal senso unisco il teatro greco a quello giacobino – l’ossessione greca per il significato della vita e delle divinità e l’ossessione shakespeariana per l’individuo." (p. 183)

"Il teatro non dice chi sei o chi dovresti essere. Vuole che tu definisca te stesso con una decisione. Dev’essere assolutamente inevitabile. Sono i momenti in cui incontri te stesso, che nella vita reale tentiamo di evitare. È questo che il teatro esige da te." (p. 186)


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